Sonntag, 13. Januar 2013



Programmazione e burocratizzazione ovvero gli insegnanti  mandarini loro malgrado
Autonomia o autoanemia scolastica?
Dove va la scuola italiana? Senso, dissenso e controsenso delle più recenti riforme ed il male cronico dell’apparato formativo. Perché si è arrivati al falso dilemma fra pubblico e privato.  

I do not remember exactly when and why I wrote this article.  Maybe about 1996 for a magazine of an alternative trade union.But the problem I discuss here has not lost unfortunately actuality,I feel things only became worse in the meanwhile.

                                                          
 Dove va la scuola italiana?

Nell‘ ultimo quarto di secolo la legislazione scolastica italiana, a partire dai Decreti Malfatti (non è un aggettivo ma il nome dell‘ allora ministro della P.I.)  ha assunto in modo crescente le fattezze di quelle „grida“ di  manzoniana memoria, continuamente ripetute e rimaste lettera morta. Valga fra i tanti il solo esempio della laurea a tutti i docenti: era prevista nel 1974, ma i corsi di formazione universitaria saranno attivati soltanto a partire dal prossimo anno accademico, dopo 25 anni. Conseguenza : la pressione dei diplomati per entrare nella scuola elementare (e quindi dei laureati per accedere ai livelli superiori o al ruolo dirigenziale)  è divenuta enorme (da 500 candidati in su per ogni posto messo a concorso. E  come conseguenza collaterale, ecco il corpo docente scaduto a sottoproletariato con infinite gradazioni di diritti sempre più evanescenti (dal supplente annuale a quello temporaneo fino all‘ incaricato e via dicendo). La gestione di un tale sottoproletariato o  parco buoi è divenuto il terreno sul quale si nutre e gioca il potere e dei funzionari sindacali e di partito, con tutte le inevitabili aberrazioni. Valga al riguardo un solo esempio:  è toccato alla Corte Costituzionale abrogare un articolo di legge che limitava i diritti dei vincitori dei concorsi ordinari di merito per favorire i „vincitori“ dei concorsi „riservati“ (un eufemismo, questo, per indicare le sanatorie „todos caballeros“, ovviamente ribattezzate „ope legis“ nella patria del diritto, per poi finire al „doppio canale“, come se la soluzione del precariato fosse assimilabile adl drenaggio delle Paludi Pontine.

E come ultima conseguenza della serie, per trovare un‘ occupazione vera o fittizia ad un surplus di personale  che ha dell‘ incredibile (in nessun altro Paese del mondo il rapporto alunni/docenti  è cosí basso come in Italia) occorreva inventare una via di scampo : i famosi/famigerati „moduli“ (forse cosí denominati perché, come il più famoso „modulo lunare“ sono in effetti una cosa che non sta né in cielo né in terra).

Anche nella più recente contrapposizione fra i fautori della parità fra scuola pubblica e privata, dove sembra che i più si siano dimenticati la norma costituzionale che vieta il sovvenzionamento delle scuole private con fondi pubblici, in realtà la questione è tutt‘ altra che la libertà di insegnamento. O meglio è in gioco sí questa libertá, ma esattamente da parte di coloro che la osteggiano nella scuola privata perché temono di non poterla più soffocare come fanno ora nella scuola pubblica, nella quale hanno mano libera.
 Parlo senza mezzi termini delle Organizzazioni sindacali. Sí, perché lungi da essere espressione della base, le attuali OO.SS. si sono ridotte ad apparato che  gestisce ed amministra un potere come merce di scambio con la classe politica. A che cosa si sono ridotti i galoppini sindacali „eletti“ dalla base se non  a  convincere gli iscritti della bontá delle scelte operate dai funzionari centrali, quelli per intenderci che tanto amavano il loro lavoro che si sono fatti „distaccare“ a vita dalle funzioni di insegnamento. I rappresentanti sindacali locali hanno unicamente il compito di far far digerire agli iscritti i contratti che, senza più nemmeno la preoccupazine di salvare le apparenze, prima si sottoscrivono al vertice e poi si sottopongono all‘ approvazione della base, una forma di „democrazia“ che ricorda  i plebisciti di casa Savoia per l‘ annessione del Meridione  o le elezioni nei Paesi  dell‘ Est  sotto la dominazione comunista. 
E l‘ Amministrazione deve accettare tutte queste ingerenze, che nell‘ ultimo contratto sindacale sono divenute grottesche : in pratica in nessun circolo didattico può ancora esser presa una qualunque decisione di rilievo senza beneplacito delle OO.SS. (che poi sono sollevate da ogni responsabilità conseguente) e ciò per di più solo dopo l‘ espletamento di consultazioni lunghe e macchinose. E questa sarebbe la scuola dell‘ autonomia ? No, questa scuola si sta dissanguando : chiamiamola dunque dell‘ auto..anemia. Se almeno la rappresentanza sindacale fosse espressione garantita del corpo docenti : eh no, le famose elezioni dei rappresentanti  anche al di fuori delle sigle sindacali è stata rimandata sine die, ovviamente con soddisfazione delle OO.SS. che vedono cosí incontrastato il loro strapotere.
 In altre parole, sindacati e politici, imponendo un controllo sempre più stretto e nel contempo irresponsabile, hanno soffocato la scuola italiana mettendola in condizione di non poter più funzionare. Hanno strangolato la libertà di insegnamento (si pensi alla famosa „Carta della scuola“:  anche qui è dovuta intervenire una sentenza della Corte Costituzionale per far cessare l‘ enormità dell‘ arbitrio) ed hanno angariato il personale : come non ricordare l‘ obbligo dei corsi di aggiornamento per poter accedere ai benefici di carriera, obbligo che si riduceva  alla presenza fisica dei docenti ai famosi corsi, che di conseguenza servivano sostanzialemnte soltanto a foraggiare gli Enti di aggiornamento (quasi tutti  collegati, caso curioso, ai sindacati o ai partiti).

 Conseguenze didattiche 
 Si potrebbe partire da qualunque aspetto per ritrovare le stesse strutture cancerogene che stanno spingendo alla rovina la scuola italiana. Un caso da manuale è quello della programmazione. Da quando si parla di programmazione ? Dal 1977, cioé dall’ approvazione della Legge 570 /77 che, secondo una credenza generalizzata (dal bidello al professore universitario)  „avrebbe introdotto la programmazione nella scuola italiana“ . Già , proprio come se non si fosse mai programmato prima di allora. In realtà la legge citata aveva soltanto imposto di esplicitare ciò che qualunque docente, dal più coscienzioso e preparato  al più sprovveduto e lavativo da sempre facevano, e cioé la scelta degli argomenti delle lezioni e la loro distribuzione nel corso dell‘ anno. In più la legge imponeva l‘ esplicitazione degli „obiettivi“ (scelta lessicale significativa poiché mutuata dal linguaggio militare dell‘ artiglieria, che non potendoli vedere determina con calcolo topografico i punti da colpire, mentre in fanteria, dove i punti si vedono, si parla di „bersagli“). Ed infatti i risultati da ottenere alla fine dell‘ anno o nei periodi intermedi, risultati  individuati facendo una calcolo di previsione (livello di partenza, tempo e materiali a disposizione), spesso non raggiungono l‘ obiettivo ed esattamente come i colpi d‘ artiglieria quasi sempre necessitano di un „aggiustamento“ per poterlo  centrare.

La ragione principale per cui venne introdotto l‘ obbligo di esplicitare la „programmazione“  era la conseguenza di una scelta  politica : l‘ abolizione dei voti, sostituiti dalle schede di valutazione. Questa decisione era giustificata dalla selezione selvaggia ed ingiusta fino ad allora praticata (ricordiamo l‘ affermazione dei ragazzi di Barbiana : „la maestra boccia e parte per il mare“) che era innegabilmente classista se non anche razzista : e vennero come ultimo atto finalmente abolite anche le classi differenziali, che nelle grandi città del Norditalia, esattamente come ora in Germania ed in Svizzera, erano frequentate quasi esclusivamente dai figli degli immigrati.

Un esempio sintomatico  della legge del pendolo, cioé di quella legge non scritta che sembra guidare (per modo di dire) il progresso del pensiero pedagogico (dove piuttosto che novità si registrano oscillazioni fra gli estremi, cioé da un‘ esagerazione all‘ altra di segno opposto)  la si può vedere nel campo della valutazione, il primo settore in cui si è persa nozione  del senso della riforma del 1977, frantumatasi ben presto in una serie sgangherata di provvedimenti scoordinati e fine a sé stessi.
 Basta pensare alle famose schede di valutazione, che di modifica in modifica erano giunte ad tale livello di complessità che nemmeno gli insegnanti riuscivano più a venirne a capo (e pensare che secondo l‘ idea originaria dovevano servire a rendere trasparente la valutazione anche di fronte ai genitori !). L` abolizione della scheda di valutazione, questo mostro monumentale,  è stata salutata come una grandiosa  innovazione.  Evidentemente pochi sanno che l‘ attuale  sistema corrisponde esattamente a quello vigente negli anni  Venti,  con un‘ unica variante sostanziale (oltre alla sostituzione dei numeri colle lettere) : è scomparsa la „mediocrità“, sostituita dalla „sufficienza“. Infatti :

                                           1                     2                 3                    4                 5
pagella  1926                lodevole          buono        sufficiente    mediocre      insufficiente

       A                   B                 C                 D                   E
pagella  1996                 ottimo            distinto       buono         sufficiente      non  sufficiente

In pratica ci sono voluti  70 anni di riforme perché il „sufficiente“ d‘ inizio secolo diventasse „buono“ e perché  il „mediocre“ divenisse „sufficiente“. E di conseguenza, in questo spostamento di valori, è più che logico vedere il „buono“ di un tempo diventare oggi  „distinto“, visto con che facilità oggi basta essere „sufficienti“ per uscire dal „mediocre“, termine giustamente abolito visto che se lo si usasse sul serio per valutare leggi e riforme,  comportamenti politici e risultati, diverrebbe indubbiamente l‘ aggettivo più diffuso.

Programmazione didattica : l‘ ultimo dei mostri sacri ?

Gli italiani che per carattere e per  necessità storiche, per sopravvivere hanno dovuto essere più improvvisatori  che pianificatori, hanno una concezione mitica della programmazione. Pur sapendo benissimo che se la situazione da affrontare è trasparente la programmazione è superflua e che se invece ci si trova di fronte a problemi complessi  non c‘ è programmazine che tenga, purtuttavia ci credono o fingono di crederci.
 Se Marx ed Engels avessero scritto in Italia il loro famoso Manifesto l‘ avrebbero sicuramente chiamato Programma. E negli anni Sessanta fra gli economisti ed i politici italiani vi è stata addirittura la convinzione che colla cosiddetta „programmazione economica“ si potessero risolvere sul serio i problemi del Paese.
Una pia illusione : lo stesso recente ingresso del nostro Paese in Europa, nel primo turno dei Paesi dell‘ Euro, non è avvenuto grazie alla programmazione ma all‘ inventiva ed alla capacità di adattamento e di sacrificio degli italiani.
E, per saltare di palo in frasca,  che dire del famoso „Programma triennale“ che alcuni anni fa doveva dimezzare entro la sua durata la percentuale di alunni italiani nelle „Sonderschulen“ tedesche (percentuale che invece, anche se di poco, è invece aumentata) ?
Fallita miseramente ed irrevocabilmente come metodo di gestione dell‘ economia, la programmazione, esiliata dal pensiero economico e politico ha trovato un accogliente rifugio nel pensiero pedagogico italiano, ed in particolare nella scuola elementare. Perché solo in essa? Nelle scuole secondarie o all‘ università non esiste la programmazione ? Sí e no. Sí, ovviamente, se intesa come ripartizione della materia d‘‘ insegnamento nel corso dell‘ anno, anche se quasi generalmente la programmazione si riduce alla copiatura sul registro dell‘  indice del libro di testo. No come impegno esplicito e verificabile, poiché ciò è unicamente appannaggio dei docenti elementari.
 Vediamone dunque le profonde ragioni pedagogiche. Anzi, aritmetiche, poiché di questo si tratta. Prima dell‘ introduzione dei  „moduli“ (tre insegnanti su due classi) ogni insegnante svolgeva 24 ore di lezione settimanali, che coincidevano anche coll‘ orario di lezione settimanale degli alunni. Dovendo creare lavoro ad un surplus che nel 1990 aveva raggiunto la cifra di oltre 250.000 docenti, dopo una campagna ideologica basata sulla denigrazione dell’insegnante di classe unico (sprezzantemente definito „tuttologo“) e sulle lodi del „gruppo di docenti“ intessute coralmente in nobile gara al rialzo dai più brillanti accademici della pedagogia italiana,   si giunse alla riforma che portò a 24 x 3 = 72 le ore disponibili per due classi assegnate a tre insegnanti. Essendo insensato un aumento dell‘ orario delle lezioni a 31 ore (sarebbero state oltre cinque ore giornaliere fin dalla prima classe e per sei giorni) si reputò che il limite di tolleranza era intorno alle 27 ore (4 ore e mezza al giorno) .Cosí facendo si arrivava però soltanto a 54 ore settimanali : che fare delle 18 ore  superflue per arrivare alle 72 ? Fantasia italica : ecco nata la „compresenza“ (altrove“tandem“ per dire la stessa cosa): giustificare un lavoro fasullo impiegando due persone dove sensatamente ne basta una. E non dimentichiamo che, per bambini della scuola elementare che  hanno bisogno di punti stabili di riferimento, mettere due insegnanti contemporaneamente in classe rappresenta la violazione di un indiscusso principio psicologico. Ma nemmeno con un tale obbrobrio si era risolto il problema di occupare le ore eccedenti: non si poteva certo spingere la „compresenza „ oltre certi limiti (quattro ore per insegnante fanno in totale 12 ore, ne mancavano sempre ancora sei. Ed ecco il lampo di genio, l‘ uovo di Colombo.  Se  il lavoro unitario dell‘ insegnante di classe era stato frantumato in tre porzioni, era evidente che per poter ricostruire una linea d‘ intervento comune occorreva .... ma sí, era fin troppo facile, ci siamo arrivati tutti subito ... ci voleva la programmazione collettiva (in seguito PC, da non confondersi con „personal computer“, che è un‘ invenzione venuta dopo, anche se  probabilmente ha assolto la stessa funzione : creare nuovi posti di lavoro).
Due ore settimanali di programmazione collettiva moltiplicate per i tre insegnati fanno 6 : sei ore sottratte all‘ insegnamento ma che servono a cammuffare per qualche anno ancora il surplus di docenti nelle nostre scuole. Fino alla prossima riforma che sará, immaginiamo, lo „smodulamento“, cioè  l‘ abbandono alla chetichella della riforma  come già è avvenuto nelle scuole private (che generalmente non l‘ hanno mai applicata avendo prudentemente chiesto in tempo una deroga di legge, visto che loro gli insegnanti li pagano per farli lavorare, non per cammuffare la disoccupazione). 
Ma restava un ostacolo: che cosa fare della libertà d‘ insegnamento garantita dalla Costituzione. Se infatti la programmazione collettiva fosse stata intesa come decisione vincolante si sarebbero avuti presto dei processi (ove non si fosse infatti trovato accordo si doveva andare al voto e a questo punto il soccombente avrebbe fatto appello al principio costituzionale). Per trovarsi d‘ accordo i tre docenti avrebbero infatti dovuto possedere  identiche competenze e convinzioni pedagogiche : ma allora andavano bene ciascuno da solo sulla propria classe. La dialettica magari anche produttiva, si potesva avere soltanto fra insegnanti di diverse competenze e convinzioni : ma da una tale dialettica non potevano ragionevolmente uscire che compromessi, un massimo comun divisore al quale non poteva che corrispondere un programma piatto e scialbo, cioè il tipico risultato di tutti i compromessi.
Ma dove forse la fantasia non sarebbe bastata, è venuta in soccorso la religione. Come in chiesa tutti recitano lo stesso credo e poi ciascuno si comporta  esattamente come prima  e come vuole, cosí la programmazione collettiva è stata trasformata in un rituale simile al rosario, in cui predomina la liturgia (sgranando bene il rosario non si salta un‘ Ave Maria, compilando bene i formulari ed i vari registri  si adempie all‘ obbligo).
 Poi, finita la cerimonia si tira il fiato e si fa quello che si crede bene. 

Che le cose stiano esattamente cosí  lo dimostra l‘ analisi linguistica della programmazione : il linguaggio usato ha tutte le caratteristiche di quello liturgico.
Per cominciare, per non apparire banale, deve essere ricercato, ermetico. Scrivere ad esempio che nella settimana dal   5 al  10 marzo  si vuole insegnare agli alunni a contare da dieci a venti  sarebbe semplicistico : come giustificare due ore di programmazione per scrivere una tale banalità ?  La liturgia didattica insegna invece a scrivere cosí :

Nel periodo oggetto della presente programmazione, il concetto di numero, che la quasi totalità della classe ha documentatamente acquisito fino alla prima decina della serie dei numeri naturali, come provano i test di ingresso e di uscita somministrati, dopo un‘ approfondita analisi collettiva  concernente l‘ esistenza o meno dei necessari prerequisiti  da parte degli alunni, potrà essere sviluppato ed ampliato fino al limite della seconda decina. ciò anche tenendo conto del particolare sviluppo cognitivo dei bambini in questa fase  e degli stimoli ricevuti negli altri ambiti disciplinari in cui, come nell‘ italiano, si è affrontata già la novella di Tredicino, avanzando  nel campo linguistico di ben tre unitá oltre la prima decina. Per quanto riguarda la metodologia, che si intende attivare con sforzo comune e rigorosamente sistematico in tutti gli ambiti disciplinati, si precisa che nel settore dell‘ educazione motoria  si  organizzeranno giochi di squadra che richiedono un numero di giocatori superiore ai dieci ma inferiore ai  venti, prelevando gli alunni mancanti da altre classi e realizzando cosí il principio delle classi aperte per le quali è in corso la sperimentazione di metodi (D.P.R. 419/77) regolarmente  approvata dal Collegio dei docenti. Per l‘ educazione al suono, visto il numero limitato delle note naturali, che purtroppo sono soltanto sette, né potendo introdurre i princípi dell‘ armonia dodecafonica, ci si dovrá limitare ad insegnerà la canzone „15 uomini“. Verrà comunque posta all‘ o.d.g. del prossimo Collegio dei docenti la richiesta di un aggiornamento musicale per giungere alla scoperta di canti più vicini al limite numerico della seconda decina, che devono esistere, visto che ci sono ad es.  i „44 gatti“ ( per non menzionare i „24mila baci“).

La metodologia per l‘ insegnamento specifico dell‘ insieme di numeri oggetto della presente programmazione settimanale seguirà da vicino le indicazioni psicologiche di J. Piaget, coniugando però le sue scoperte con quelle più recenti di Gardner, che ha dimostrato come quella matematica sia soltanto una delle sette forme di intelligenza, interagenti tutte le une con le altre seppure con forme di autonomia peculiari a ciascuna di esse, convinzione già espressa negli anni Venti dal Circolo Linguistico di Praga, poi ripresa e perfezionata dal Circolo di filosofico di Vienna e ultimamente confermata dalle ricerche empiriche compiute dal  Circolo dei Canottieri di Bellagio colla formula del quattro senza.

I  materiali didattici che saranno impiegati sono stati rigorosamente selezionalti e predisposti in modo da innalzare il livello sia generale che specifico della motivazione, favorendo nel contempo la socializzazione e gli scambi cognitivi,  per cui ogni alunno sarà autorizzato a „dare i numeri“ (ai compagni) prendendo l‘ esempio dagli insegnanti che daranno a lor volta  i numeri a turno, essendo compresenti.


 In altre parole ecco come per imposizione burocratica è scattato per gli insegnanti elementari lo stesso meccanismo che nell‘ antica Cina, a partire dalle dinastie Shang nel secondo millenio a.c., avevano visto la classe dei Mandarini trasformare la scrittura cinese in forme sempre più complesse fino a renderla incomprensibile ai non iniziati. Toccò a Mao Tse Tung  compiere nel 1956 la riforma in senso opposto per consentire, con la semplificazione dei segni, un‘ alfabetizzazione di massa.
 Ciò non toglie che, come per i meravigliosi segni creati dai Mandarini, anche le programmazioni degli insegnanti elementari  non possano aspirare a divenire una raffinata forma artistica , ovviamente fine a sé stessa come è destino della vera arte (l‘ art pour l‘ art).


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