Samstag, 17. Januar 2015

Recenti preoccupanti sviluppi  nell’Est europeo. 
La guerra del petrolio e delle valute ... e Re Euro perse anche le mutande.



 Col primo gennaio 2015 anche l’ultimo dei tre Paesi baltici, la Lituania , è entrata a far parte della zona euro (dopo l’ Estonia dal 1º gennaio 2011 e  la Lettonia dal 1º gennaio 2014).
L’Unione Europea si vanta di aver acquisito nella propria questi tre Paesi che vengono spacciati per campioni di democrazia dopo l’uscita dall’Unione Sovietica.
Una simile affermazione può però  provenire unicamente da chi ignora del tutto sia la storia generale d’Europa che quella locale. E passa sotto silenzio che nei  tre Paesi suddetti vivono ancora, nonostante le politiche di “pulizia etnica” forti percentuali di cittadini di origine russa.
Una trattazione completea sull’argomento è disponibile in:
Ne cito qui unicamente i punti salienti:

1) i governi Estone e Lettone, nel 1991 vararono una legislazione sulla cittadinanza che la riconosceva per jus sanguinis solo ai discendenti delle persone residenti nel paese il 16 giugno 1940. Per effetto di queste leggi, 715.000 abitanti della Lettonia (circa tre quarti della comunità russa ed oltre un terzo del totale della popolazione residente) e 290.000 abitanti dell’Estonia (due terzi di russi, un quarto della popolazione) precipitarono nella condizione di “Nepilsoni” (Lettonia) o ”Kodakondsuseta isik” (Estonia) ovvero “Non Cittadini”. Una categoria di residenti priva di diritti politici e di molti diritti economici, sociali e culturali, i quali hanno diritto di soggiorno ma sono stati privati dei diritti elettorali attivi e passivi (nazionali ed europei), e non possono formare partiti politici. 
 2) Non esistono leggi che garantiscono i diritti della minoranza russa né a livello nazionale né a livello locale (nemmeno nelle regioni in cui la maggioranza russa sfiora il 100%.
3) la costituzione stabilisce che l’unica lingua ufficiale è il lettone (art. 114), mentre tutte le altre lingue (compreso il russo, lingua madre di un terzo degli abitanti nel 1991) sono espressamente bollate come “lingue forestiere”.
 3) I nomi russi nei documenti sono naturalizzati e così i toponimi. In Lettonia, dal 2004 le scuole superiori russe, alcune esistenti dal 1789, sono state costretta a chiudere, ovvero a trasferire il proprio insegnamento in lingua lettone perlomeno nel 60% delle ore di lezione. Precisi divieti limitano il diritto dei privati di esporre cartelli ed annunci in “lingua forestiera”.
A livello economico sono precluse agli “Alieni” 24 posizioni professionali pubbliche, ovvero (a titolo esemplificativo) oltre a tutti gli uffici pubblici elettivi: la magistratura, la direzione delle imprese di stato, la polizia, la guardia di finanza, la guardia doganale, la polizia penitenziaria, il corpo dei pompieri, l’esercito, l’ispettorato del lavoro.
5) E’ inoltre vietato l’accesso a professioni private quali (sempre a titolo esemplificativo) l’avvocatura, il notariato, le agenzie investigative, le agenzie di sicurezza private, le consulenze private per l’amministrazione e l’esercito. Sono limitati i diritti di acquisizione degli immobili.
 Emerge quindi un panorama di grave discriminazione: un sostanziale apatheid legalizzato ed accettato dalle istituzioni nazionali ed europee.
6) È avvenuta di fatto di una quota sostanziale della minoranza russa. I russi residenti in Lettonia sono passati, negli ultimi 23 anni, da 905.000 (36% della popolazione) a 520.000 (26%). Quelli residenti in Estonia, nello stesso periodo, sono passati da 475.000 (30%) a 320.000 (24%). Molti di questi russi sono passati nella Federazione, altri, particolarmente
molti “Alieni”, si sono trasferiti in altri stati dell’Unione Europea (principalmente Gran Bretagna ed Irlanda). 
7) L’Estonia e la hanno aderito alla NATO ed all’Unione Europea nel 2004, alla Zona Schengen nel 2007 ed alla zona Euro nel 2011 (Estonia) e 2014 (Lettonia). Questo processo è avvenuto senza che gli “Alieni” potessero partecipare in alcun modo alle scelte decisionali.

Non meraviglia che i governi di questi Stati Baltici, le cui convinzioni e pratiche sono tutt’altro che democratiche nei confronti delle ancora consistenti quote di popolazione russofona,  abbiano un’evidente ansia di ottenere la tutela della NATO per difendere le proprie politiche di apartheid contro eventuali iniziative della Federazione Russa.
Ciò sebbene la Russia mai abbia mostrato l’intenzione di voler affrontare il problema della tutela delle proprie minoranze con mezzi militari in questi tre Paesi.
L’avvicinamento all’UE è ancor più evidente da quando la Germania ne ha assunto di fatto l’egemonia economica e poi politica. E in questo contesto non  si può tacere la collaborazione durante l’Operazione Barbarossa (invasione dell’Unione Sovietica) dei governi fantoccio dei tre Stati Baltici con la germania hitleriana, e non unicamente in funzione antirussa ma anch enegli eccidi di Ebrei ed altre minoranze (vedere negli appositi siti in Wikipedia e in particolare qui: http://www.academia.edu/8905240/Loccupazione_dei_paesi_baltici).
Certamente la collaborazione con le SS fu la conseguenza del  “mercato delle vacche”  cioè del patto Molotov-Ribbetrop  col quale Hitler si era accaparrato la Lituania e Stalin l’Estonia, la Lettonia e la Finlandia anche se quest’ultima occupazione rimase unicamente sulla carta poiché l’Armata Rossa pesantemente sconfitta dalla Finlandia, fatto che secondo molti storici convinse Hitler a rischiare l’attacco all’intera Unione sovietica.
Un caso analogo era avvenuto con l’Ucraina, dove il collaboratore di Hitler Stepan Bandera, (vedi qui:  http://www.balcanicaucaso.org/aree/Ucraina/Stepan-Bandera-l-eroe-criminale-che-divide-l-Ucraina-154127    e  qui: http://www.tribunodelpopolo.it/pulizia-etnica-o-genocidio-la-vicenda-wolyn-1943-torna-ad-infiammare-il-confine-tra-polonia-e-ucraina/) ei era reso responsabile di eccidi di ebrei e polacchi e cionostante dichiarato eroe nazionale al quale sono stati eretti monumenti sia prima che dopo il golpe di Kiev del 2014  (al posto di quelli di Lenin che invece sono stati demoliti come dimostrazione non tanto di anticomunismo ma di odio contro la Russia).  

I riferimenti storici precedenti, anche se tracciati a grandi (ma comprovate) linee e pur necessitando approfondimenti, mostrano che il conflitto in Ucraina non è stata una semplice questione di ingerenze straniere (russe, statunitensi e dell’UE) tutte già ampiamente comprovate dai fatti finora noti ma che soltanto una più approfondita conoscenza degli avvenimenti e dei documenti potrà valutare esattamente per il rispettivo peso e responsabilità nei tragici fatti che ne sono seguiti.
In ballo c’è infatti una pesantissima eredità storica, sia nei Paesi Baltici che in Ucraina, il cui superamento può avvenire o con una pacificazione che tenga conto di tutti gli interessi in gioco – eventualità non impossibile ma estremamente difficile oppure, come  gli sviluppi attuali fanno purtroppo capire, con una “resa dei conti” alla quale si  sommano gli interessi dell’Occidente, militari ed economici, in particolare degli USA  e, seppure in forma di aiutante servile, dell’UE.
Se ci basiamo sui fatti dimostrati e non sulle accuse mai provate che vedrebbero la Russia come aggressore e l'Ucraina come vittima (e resta da spiegare in questa visione, perché la Russia avrebbe aspettato proprio ora ad aggredire un Paese fratello con cui non aveva problemi, anzi i cui problemi aveva in passato contribuito a risolvere fornendo gas a prezzi amichevoli) e se si riconosce che invece il golpe di Kiev è stato da lungo preparato da parte degli USA e della  NATO, e che l'unico ostacolo era la reticenza dei governi europei (non a caso il telefono la NSA controllava anche il telefono della Cancelliera Merkel e quindi le sue conversazioni con Putin).
In questa ottica si comprende pienamente la recente “guerra del petrolio”,  un ribasso del costo che era pianificato da lungo, mentre le sanzioni antirusse erano e restano soprattutto una mossa propagandistica (divenuta immediatamente autolesionista per l'UE per effetto delle contro sanzioni russe).
La partita dunque è per ora giocata militarmente ed in tono minore in Ucraina, anche per le difficoltà con l’insorgenza del califfato islamico in Irak e le sue prevedibili estensioni in Libia e altri Paesi in Africa (un tragico sviluppo di cui l’unica responsabilità ricade su USA e i suoi servi dell’UE) . Non va trascurato tuttavia il riarmo che avanza a grandi passi (gli aiuti finanziari all’Ucraina stanno finendo nelle tasche dei produttori di armamenti USA invece che per alleviare le condizioni economiche della popolazione malridotta dal conflitto e dalla rapina effettuata dagli oligarchi corrotti che pur tuttavia i cittadini hanno ricollocato al potere (Timoshenko, Poroshenko etc.). Nel caso peggiore l’Ucraina diverrà un nuovo Vietnam alle porte dell’Europa.

Ma la partita principale attualmente si gioca sul petrolio e di riflesso sulle valute:  è questo che condiziona l'avvio della terza guerra mondiale, che probabilmente non vedrà l’impiego di armi nucleari (poiché nessuno dei contendenti è in grado per ora di colpire l’avversario senza ritorsioni) .
La “guerra del petrolio” è un’abilissima mossa da parte dei governanti (o meglio dei loro burattinai) USA: colpiscono con una sola mossa Russia, Venezuela ed Iran, che col dimezzamento degli introiti si trovano le proprie economie precipitate in grandi difficoltà.

L’obiettivo è chiaramente quello di giungere a destabilizzare questi tre Stati, e soprattutto la Russia. Per potersi concentrare su questo obiettivo Obama ha addirittura rotto un tabù ed ha riparto le relazioni con Cuba,  non appena la visita di Punti sull’isola gli ha fatto capire il rischio di una riedizione dei fatti del 1962 (missili sovietici a Cuba per costringere, come poi avvenne, gli USA a smantellare i propri missili installati in Turchia contro l’Unione Sovietica).

Come tutte le iniziative belliche, anche quelle economiche non sono senza rischi né costi nemmeno per chi le avvia, nel caso per gli USA: il prossimo crollo delle banche legate ai finanziamenti dell’estrazione di  petrolio e gas col costosissimo sistema "fracking" avrà ripercussioni sull'economia mondiale superiori a quelle della bolla immobiliare scoppiata con Lehman & Brother.
Ma a differenza di allora non ci sarà più un'UE su cui scaricare le perdite,  poiché nel vecchio continente non è rimasto più quasi nulla da spolpare.
L’euro, il veleno che l’UE si è auto somministrata è ormai riconosciuto come tale anche dalla Svizzera, che stanca di acquistarne quantità sempre più elevate per contrastarne il deprezzamento nei confronti della propria moneta, ha deciso di fidarsi di più dei  mercati che  delle ridicole e velleitarie manovre della Banca Centrale Europea.
Ciò che lascia allibiti coloro che seguono e studiano i fenomeni economici è il ritardo enorme con cui i cittadini stanno rendendosi conto delle ragioni della loro “euro-miseria” e la ridicola sicumera dei governanti che continuano a fingere l’esistenza di una soluzione all’interno della moneta unica: il RE Euro è nudo, ha perso anche le mutande (v. decisione della Banca Nazionale Svizzera) e costoro fingono come nella favola di tenere lo strascico dell’inesistente vestito. Ed infatti in Grecia ed in Italia si continua a discettare filosoficamente sulla tossicità o meno dell’euro per le rispettive economie: una situazione che ricorda i dotti teologi di Costantinopoli che discutevano sul sesso degli angeli mentre la città cadeva in mano ai Turchi.

Dunque come sempre nel corso della storia, quando in una zona non c'è bottino da conquistare si va oltre: e questa è appunto la Federazione Russa con tutte le sue risorse naturali e con le numerosissime tensioni che ora con una guida ferma da parte di Putin sono tenute sotto controllo, ma che con una gestione filo-occidentale à la Jeltsin (che gli USA non finiscono di rimpiangere) scoppierebbero esattamente come avvenne nell'ex-Jugoslavia. Solo irresponsabili e pazzi da legare possono desiderare un  tale sviluppo: e sembra che ce ne siano in abbondanza nelle lobby che guidano il Presidente Obama e le altre marionette governative a Washington. E purtroppo non si vedono cervelli più sani nemmeno nell’UE, i cui governanti sembrano essersi rassegnati a svolgere il ruolo di supini servitori degli interessi militaristici ed economici altrui.


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