Dienstag, 24. Dezember 2013

  In principio era il Verbo. Apologia degli  studi linguistici.



Forse inconsciamente e per  mio spirito innato di contraddizione all'assioma biblico, fra le lingue straniere che ho studiato domina il tedesco, lingua in cui il verbo invece sta … alla fine (della frase). 
Ma scherzi a parte, il verbo inteso come lingua sta veramente all’origine di tutto, e non soltanto per la razza umana, ma molto probabilmente anche negli animali, ovviamente con codici di comunicazione diversi dalle lingue umane ma probabilmente non meno complessi e di cui conosciamo ancora molto poco ma già quel poco che si sa è sorprendente ed affascinate. Personalmente non sono che orecchiante della comunicazione animale (a meno che non si estenda il concetto agli “animali” politici, quelli dalle lunghe orecchie o dalla coda elicoidale, nel caso ne so più di quanto vorrei).
Contrariamente a quanto anche molti filologi credono, la parola e quindi la lingua precede
la letteratura, nel senso che i capolavori della letteratura mondiale sono stati scritti da autori che avevano un particolare interesse alla lingua: ad esempio per Elias Canetti, Nobel della letteratura, la lingua tedesca in cui scrisse tutti i suoi libri fu una tarda conquista, appresa fra l’altro con un metodo che farebbe rabbrividire (smentandoli) tutti i teorici della didattica linguistica. In altri casi è la combinazione o opposizione di codici linguistici a guidare all’eccellenza letteraria: per Kafka il tedesco era sí la lingua parlata in famiglia ma soprattutto quella deigli studi giuridici (odiati) e letterari (di cui era appassionato), ma era anche un elemento di contrasto col ceco, che altrettanto bene padroneggiava e con l’ebraico, che studiava senza probabilmente mai utilizzare attivamente.     
Il poeta dialettale Carlo Porta, in una delle sue poesie satiriche in milanese diretta contro un pedante che disprezzava il dialetto, centra pienamente il nocciolo della questione:

I paroll d’on lenguagg, car sur Gorell,
Hin ona tavolozza de color,
Che ponn fa el quader brutt e el ponn fa bell,
Segond la maestria del pittor.


Senza idej, senza on cervell

Che regola i paroll in del descor,
Tutt i lenguagg del mond hin come quell
Che parla on so umilissem servidor.

E sti idej, sto bon gust, già el savarà
Che no hin privativa di paês,
Ma di coo che gh’han flemma de studià :
Tant l’è vera, che, in bocca de usciuria,

El bellissem lenguagg di Sienês,
L’è el lenguagg pu cojon che mai ghe sia.
(1812)

Lo studio e la pratica delle lingue contrariamente a quanto è purtroppo largamente pratica scolastica, dispiega la sua funzione creatrice soprattutto attraverso il gioco con le parole e con le regole.
Largo spazio nello sviluppo della fantasia e del gusto letterario, cioè dell’arte del raccontare  (che per dirla con U. Eco  è forse la più umana delle attività e forse l’unica che ci distingue dagli animali) ha il rapporto ludico con più lingue. I “pasticci” linguistici, i neologismi, le deliberate violazioni delle regole sono uno degli aspetti linguistici creativi della grande letteratura, il pensiero va immediatamente a Carlo emilio Gadda ed al suo “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” , con gli inserti dialettali ed i neologismi che suggeriscono interpretazioni alternative  al significato apparente, ma anche a Gabriel García Márquez (per la lettura del suo romanzo  “Cien años de soledad “ serve un vocabolario speciale) , fino all’estremo del “Finnegans Wake” di James Joyce, dove anche un vocabolario specifico risulta insufficiente ed il lettore deve lavorare di fantasia per ricostruire i significati. 
Grande validità ha infine la poesia, ingiustamente bandita dall’insegnamento insieme alle favole, in omaggio ad un' arrogante  didattica e pedagogia modernizzante che invano cerca di suscitare la sensibilità linguistica attraverso operazioni formali, griglie di interpretazione e di analisi dei testi e “per troppa concentrazione sugli alberi non vede il bosco”.   
E anche la poesia in rima: in tutte le culture la rima (o l’allitterazione o il ritmo, o altri aspetti formali derivanti dal suono o dalla scansione sillabica, o dai toni come nelle lingue orientali – cinese e vietnamita) è un elemento che gioca un ruolo importantissimo nell’apprendimento linguistico e nello sviluppo della fantasia. Pensiamo un attimo ai collegamenti fonetici di parole che non hanno alcun significato in comune ma che possono suscitare nuove idee, ispirare addirittura racconti (pensiamo a Gianni Rodari ed alla sua “Grammatica della fantasia”.
Un esperimento che ho potuto compiere alla fine della mia carriera d’insegnante è stato il condurre gradualmente gli alunni (classi elementari) alla capacità di esprimersi, volendolo, in rima.
Cercare una parola che consente la rima mantenendo il significato comporta una serie di operazioni mentali che aiutano grandemente a sviluppare la sensibilità linguistica: sull’asse sintattico impone prove di sostituzione di posizione per piazzare alla fine le parole che possono rimare, sul piano semantico la ricerca di sinonimi. Un esercizio utilissimo che col tempo diviene quasi naturale, tanto che quasi non si nota a prima vista anche se in qualche modo richiama l’attenzione: un ispettore in visita alla mia classe infatti aveva notato che i miei alunni avevano “un modo di esprimersi alquanto peculiare ”, al che avevo solo potuto rispondere “mi pare sia un aspetto da apprezzare”. 
E credo che qualcuno dei miei alunni ora all’università magari abbia ancora la grammatichetta in rima che avevo scritto per loro in endecasillabi e che iniziava cosí:  “Cari ragazzi, della frase sono il nerbo /coniugatemi bene, sono il verbo”.  Che in questo caso avevo rimesso all’inizio.         

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