Donnerstag, 7. Mai 2026

Postdemocrazie, autocrazie, oligarchie, tecnocrazie, dittature ...  


Quando non si trovano termini migliori per descrivere fenomeni sociali o tendenze artistiche che appaiono in contrasto  con lo status quo precedente o cercano con maggior o minor successo di presentarsi come innovazioni, la soluzione corrente è l'aggiunta di un bel "post" al concetto che si vuole presentare come superato. Cosí abbiamo i "postimpressionisti" in pittura, la "postmodernità" , spiegabile anche agli infanti come ha cercato di fare un certo Jean-François Lyotard (1).   

Si tratta di un procedimento legittimo e comprensibile, un nuovo termine raccoglie maggiormente interesse di quelli già noti e suggerisce una comprensione più profonda dei fenomeni in questione. Ma non raramente il nuovo termine coglie aspetti soltanto apparentemente nuovi ma di fatto marginali e comunque non coglie l'essenza del problema. Un caso esemplare è il termine "postdemocrazie", per descrivere quello che innegabilmente appare come un'involuzione di quelle che si sono credute a lungo vere democrazie e che col termine citato vengono di fatto consacrate come se mai fossero veramente esistite per non ammettere che si è trattato di illusione. E dunque, non potendo o volendo ammettere che nel momento in cui le "pseudodemocrazie" (che questo è il termine che le descrive nella loro fattualità) mostrano il loro vero volto gettando la maschera, si dovrebbe ammettere di essere stati vittima di illusioni. Ma ecco la soluzione pratica: sì, democrazie erano, ma ora sono "postdemocrazie" (che però implicitamente significa anche ex-democrazie !). 

 Ma come sanno tutti i filosofi che hanno analizzato i meccanismi del potere statale partendo  non dalle apparenze ideologiche ma dalla realtà dei fatti, democrazia è stato sempre un termine contestato (e all'origine ellenica  addirittura negativo)  poiché di fatto una finzione: salvo che in minuscole comunità di villaggio, ogni sistema statale si regge sulla delega controllata del potere, cioè automaticamente potere e contropotere. La mancanza di controllo e cioè il soffocamento dell'opposizione è la forma più spettacolare del potere esercitato in modo dittatoriale, ma  la differenza fra l'ideale di "democrazia" e la realtà delle "dittature" (per citare i due estremi) è questione di metodo di gestione non di essenza. 

In altri termini, la differenza essenziale fra le varie forme di esercizio del potere statale citate nel titolo è questione di modalità  e delle circostanze.   Uno Stato in cui  vigesse la piena libertà per tutti senza costrizioni scivolerebbe presto nell'anarchia che sempre è l'anticamera delle dittature (un tragico esempio la Spagna repubblicana  finita nella dittatura del Generalissimo Franco o la Repubblica di Weimar  finita nella dittatura hitleriana, e non molto diversamente anche l'Italia dopo la prima guerra mondiale scivolata nella dittatura fascista).

 Un Paese circondato o minacciato da nemici esterni deve necessariamente imporre disciplina sempre più impopolare e ferrea per difendersi dai nemici interni sobillati  o finanziati e spesso armati dai nemici esterni: qui i casi sono talmente numerosi che è ozioso citarli, ma da Cuba e America Latina fino al continente Asiatico e passando attraverso il Medio Oriente  la storia moderna non conosce eccezioni a questo sistema.      

Nel caso dei Paesi cosiddetti "occidentali" di regola (ma con molte eccezioni) la repressione delle opposizioni funziona generalmente col meccanismo apparentemente soffice della   marginalizzazione del dissenso: si concedono spazi circoscritti in cui lo sfogo contro il potere è  ammesso ma a condizione di non diffondersi nel "corpo sano" delle masse convinte di vivere in vere democrazie. George Orwell l'aveva esplicitato nel romanzo "1984"  con l'esempio del "quarto d'ora d'odio", momento concesso per sfogare la rabbia contro il potere per poi tornare ad obbedire ciecamente. 

In questo - e solo in questo - si trova la differenza fra pseudodemocrazie e autocrazie: queste ultime stupidamente soffocano il dissenso invece di circoscriverlo e quindi involontariamente lo fanno crescere fino a che ne vengono travolte. 

È  consuetudine far risalire l'origine delle democrazie moderne alle dichiarazioni dei diritti dell'uomo ed in particolare alla rivoluzione americana. Ma anche qui  ideale e realtà sono molto distanti.

Non è infatti un caso che il termine "democrazia" non sia assolutamente menzionato nei documenti spesso citati  come origine delle democrazie moderne. Ad es. nella dichiarazione di indipendenza 1776 delle colonie americane, documento predisposto da Thomas Jefferson (quarto presidente USA ma primo per numero di schiavi posseduti: ne aveva 600)  la parola "democrazia" non è menzionata una sola volta: assente poiché considerata, come nella Grecia antica in cui ebbe origine, un sistema pericoloso per la gestione del potere statale.  

Ma scendendo nel duro terreno della realtà, se si  accetta che la realtà della questione "democrazia-dittatura" sia ben più problematica di quanto generalmente si crede, si pone la questione del "che fare?"

Una risposta unica non può esistere, la vera democrazia è come l'araba fenice del Metastasio (Che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa"). 

Ma come per tutti gli ideali, ciò che conta è il tendervi, avvicinarsi ben sapendo che non potrà mai essere raggiunto e soprattutto non illudersi di averlo raggiunto facendosi abbagliare dai riflessi senza sostanza. Prendiamo il caso delle "libere elezioni" che sono considerate generalmente la prova dell'esistenza della democrazia: quindi le democrazie sarebbero un fenomeno molto recente, visto che ad es. in Italia metà dei cittadini - le donne - hanno potuto votare per la prima volta soltanto nell'anno 1946,ed in un cantone svizzero (Thurgau)  nel 1976. 

Libere le elezioni lo  sono tuttavia soltanto quando esiste una reale libertà di scelta e soprattutto, se esiste libertà di informazione e non monopolio della stampa. Orbene, in tutta Europa la stampa e le TV appartengono largamente a gruppi privati (miliardari o gruppi finanziari)  o statali dipendenti dal potere del momento e quindi selezionano le informazioni presentandole in modo da conservare il potere politico o finanziario  che detengono. 

Ed in quanto a facilità nel reprimere i diritti fondamentali dei cittadini e nel manipolare a fini di lucro gli organi di informazione basta ricordare ciò che è successo in larga parte del mondo con la cosiddetta pandemia "Covid".

Anche qui una (sola) lodevole eccezione: la Svezia senza obblighi vaccinali e senza arresti domiciliari.

L'informazione è quindi la premessa essenziale per l'esistenza di una vera democrazia e quindi la libertà di stampa è un criterio indiscutibile per misurare il grado di democrazia in ogni Paese del mondo. 

 Non è un caso che, con partiti di governo con scarso appoggio popolare ma  incollati al potere e disposti anche a vietare partiti di opposizione pur di non esserne cacciati, ad es. la Germania sia scesa al 14mo posto nella classifica mondiale della libertà di stampa (e l'Italia al 56mo !), laddove i primi posti sono tenuti dai Paesi del Nord Europa (primo posto Norvegia che, guarda caso, non fa parte dell'UE dopo che i cittadini con referendum avevano rifiutato l'adesione).   

Ma esistono anche esempi positivi a cui guardare.   

Un piccolo ma essenziale correttivo alla "postdemocrazia" (usiamo una volta tanto questo termine ipocrita) sarebbero i referendum popolari. In questo settore è indubbiamente incontestato il primato della Svizzera: nessun governo può imporre una legge sapendo che non ha il sostegno popolare poiché subito dopo l'imposizione un referendum la cancellerebbe. 

Ed infatti ogni tentativo di proporre l'adesione della Svizzera all’oligarchia di Bruxelles (alias Unione Europea) è sempre miseramente fallito. E i referendum svizzeri scongiurano addirittura le possibili tendenze non volute dai cittadini: il referendum per la garanzia del mantenimento del contante ha dimostrato che  i cittadini svizzeri hanno vietato  l'imposizione di una moneta soltanto digitale: il 9 marzo 2026 , notizia poco menzionata dalla stampa europea nell'UE, il referendum per l'inserimento nella Costituzione Svizzera del diritto all'uso del contante ha ricevuto il 73% dei voti. 

E dunque almeno una piccola regione montuosa nel cuore dell' Europa avrebbe maggior ragione di definirsi un "giardino democratico" circondato da "giungla autoritaria" , il paragone falso e razzista che aveva usato un alto funzionario dell'UE, Joseph Borrell per lodare l'UE che secondo lui sarebbe il giardino democratico ed il resto del mondo la giungla. (2)

 Nomen est omen, e sarebbe facile giocare sul nome di questo personaggio sostituendo una "r" con una "d" per descrivere a nostra volta che cosa è divenuta la gestione dell'UE. Un’Unione originariamente a fini di cooperazione economica e sociale per scongiurare i conflitti del secolo scorso si è trasformata irrimediabilmente in un’oligarchia che si regge su uno statuto imposto senza ulteriori referendum dopo che i primi tre Paesi chiamati a votare (Portogallo, Francia e Irlanda) avevano rifiutato il mostruoso piano di annullamento delle sovranità statali dei Paesi aderenti per concentrarli appunto nel bor...lo di Bruxelles). 

Un’ oligarchia al servizio di potentati finanziari e industriali poiché non controllata realmente dagli elettori: si vota infatti un Parlamento Europeo che è una finzione poiché privato del potere di proporre leggi e chiamato unicamente a ratificare le decisioni di una Commissione che nessuno elegge ma è designata dai  governi dei Paesi aderenti all’Unione. Dunque anche già formalmente mancano i requisiti di una vera democrazia.

 Ed infatti contro l’evidente volontà di pace e benessere della stragrande maggioranza dei cittadini europei, senza nemmeno consultare il Parlamento  (!) la decisione di creare una mostruosa armata per la guerra contro la Russia è stata presa direttamente ed in modo assolutamente antidemocratico dalla Commissaria UE che ha sottratto 800 miliardi di euro da spese sociali per dirottarli alle industrie belliche.   



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(1) Le Postmoderne expliqué aux enfants, Correspondance 1982-85  (1988) 

(2) „Europe is a garden. We have built a garden. Everything works. [...] The rest of the world [...] is not exactly a garden. Most of the rest of the world is a jungle, and the jungle could invade the garden.“

(https://www.youtube.com/watch?v=cmNALPfGq-A)  13. 10. 2022 

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