Postdemocrazie, autocrazie, oligarchie, tecnocrazie, dittature ...
Quando non si trovano termini migliori
per descrivere fenomeni sociali o tendenze artistiche che appaiono in
contrasto con lo status quo precedente o cercano con maggior o minor
successo di presentarsi come innovazioni, la soluzione corrente è l'aggiunta di
un bel "post" al concetto che si vuole presentare come superato. Cosí
abbiamo i "postimpressionisti" in pittura, la
"postmodernità" , spiegabile anche agli infanti come ha cercato di
fare un certo Jean-François Lyotard (1).
Si tratta di un procedimento legittimo e comprensibile, un nuovo termine raccoglie maggiormente interesse di quelli già noti e suggerisce una comprensione più profonda dei fenomeni in questione. Ma non raramente il nuovo termine coglie aspetti soltanto apparentemente nuovi ma di fatto marginali e comunque non coglie l'essenza del problema. Un caso esemplare è il termine "postdemocrazie", per descrivere quello che innegabilmente appare come un'involuzione di quelle che si sono credute a lungo vere democrazie e che col termine citato vengono di fatto consacrate come se mai fossero veramente esistite per non ammettere che si è trattato di illusione. E dunque, non potendo o volendo ammettere che nel momento in cui le "pseudodemocrazie" (che questo è il termine che le descrive nella loro fattualità) mostrano il loro vero volto gettando la maschera, si dovrebbe ammettere di essere stati vittima di illusioni. Ma ecco la soluzione pratica: sì, democrazie erano, ma ora sono "postdemocrazie" (che però implicitamente significa anche ex-democrazie !).
Ma come sanno tutti i filosofi che hanno analizzato i meccanismi del potere statale partendo non dalle apparenze ideologiche ma dalla realtà dei fatti, democrazia è stato sempre un termine contestato (e all'origine ellenica addirittura negativo) poiché di fatto una finzione: salvo che in minuscole comunità di villaggio, ogni sistema statale si regge sulla delega controllata del potere, cioè automaticamente potere e contropotere. La mancanza di controllo e cioè il soffocamento dell'opposizione è la forma più spettacolare del potere esercitato in modo dittatoriale, ma la differenza fra l'ideale di "democrazia" e la realtà delle "dittature" (per citare i due estremi) è questione di metodo di gestione non di essenza.
In altri termini, la differenza essenziale fra le varie forme di esercizio del potere statale citate nel titolo è questione di modalità e delle circostanze. Uno Stato in cui vigesse la piena libertà per tutti senza costrizioni scivolerebbe presto nell'anarchia che sempre è l'anticamera delle dittature (un tragico esempio la Spagna repubblicana finita nella dittatura del Generalissimo Franco o la Repubblica di Weimar finita nella dittatura hitleriana, e non molto diversamente anche l'Italia dopo la prima guerra mondiale scivolata nella dittatura fascista).
Un Paese circondato o minacciato da nemici esterni deve necessariamente imporre disciplina sempre più impopolare e ferrea per difendersi dai nemici interni sobillati o finanziati e spesso armati dai nemici esterni: qui i casi sono talmente numerosi che è ozioso citarli, ma da Cuba e America Latina fino al continente Asiatico e passando attraverso il Medio Oriente la storia moderna non conosce eccezioni a questo sistema.
Nel caso dei Paesi cosiddetti "occidentali" di regola (ma con molte eccezioni) la repressione delle opposizioni funziona generalmente col meccanismo apparentemente soffice della marginalizzazione del dissenso: si concedono spazi circoscritti in cui lo sfogo contro il potere è ammesso ma a condizione di non diffondersi nel "corpo sano" delle masse convinte di vivere in vere democrazie. George Orwell l'aveva esplicitato nel romanzo "1984" con l'esempio del "quarto d'ora d'odio", momento concesso per sfogare la rabbia contro il potere per poi tornare ad obbedire ciecamente.
In questo - e solo in questo - si trova la differenza fra
pseudodemocrazie e autocrazie: queste ultime stupidamente soffocano il dissenso
invece di circoscriverlo e quindi involontariamente lo fanno crescere fino a
che ne vengono travolte.
È consuetudine far risalire l'origine delle democrazie moderne
alle dichiarazioni dei diritti dell'uomo ed in particolare alla rivoluzione
americana. Ma anche qui ideale e realtà sono molto distanti.
Non è infatti un caso che il termine
"democrazia" non sia assolutamente menzionato nei documenti spesso
citati come origine delle democrazie moderne. Ad es. nella dichiarazione
di indipendenza 1776 delle colonie americane, documento predisposto da Thomas
Jefferson (quarto presidente USA ma primo per numero di schiavi posseduti: ne
aveva 600) la parola "democrazia" non è menzionata una sola
volta: assente poiché considerata, come nella Grecia antica in cui ebbe
origine, un sistema pericoloso per la gestione del potere statale.
Ma scendendo nel duro terreno della
realtà, se si accetta che la realtà della questione
"democrazia-dittatura" sia ben più problematica di quanto
generalmente si crede, si pone la questione del "che fare?"
Una risposta unica non può esistere,
la vera democrazia è come l'araba fenice del Metastasio (Che vi sia
ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa").
Ma come per tutti gli ideali, ciò che conta è il tendervi, avvicinarsi ben sapendo che non potrà mai essere raggiunto e soprattutto non illudersi di averlo raggiunto facendosi abbagliare dai riflessi senza sostanza. Prendiamo il caso delle "libere elezioni" che sono considerate generalmente la prova dell'esistenza della democrazia: quindi le democrazie sarebbero un fenomeno molto recente, visto che ad es. in Italia metà dei cittadini - le donne - hanno potuto votare per la prima volta soltanto nell'anno 1946,ed in un cantone svizzero (Thurgau) nel 1976.
Libere le elezioni lo sono
tuttavia soltanto quando esiste una reale libertà di scelta e soprattutto, se
esiste libertà di informazione e non monopolio della stampa. Orbene, in tutta
Europa la stampa e le TV appartengono largamente a gruppi privati (miliardari o
gruppi finanziari) o statali dipendenti dal potere del momento e quindi
selezionano le informazioni presentandole in modo da conservare il potere
politico o finanziario che detengono.
Ed in quanto a facilità nel reprimere
i diritti fondamentali dei cittadini e nel manipolare a fini di lucro gli
organi di informazione basta ricordare ciò che è successo in larga parte del
mondo con la cosiddetta pandemia "Covid".
Anche qui una (sola) lodevole
eccezione: la Svezia senza obblighi vaccinali e senza arresti domiciliari.
L'informazione è quindi la premessa
essenziale per l'esistenza di una vera democrazia e quindi la libertà di stampa
è un criterio indiscutibile per misurare il grado di democrazia in ogni Paese
del mondo.
Non è un caso che, con partiti
di governo con scarso appoggio popolare ma
incollati al potere e disposti anche a vietare partiti di opposizione
pur di non esserne cacciati, ad es. la Germania sia scesa al 14mo posto nella
classifica mondiale della libertà di stampa (e l'Italia al 56mo !), laddove i
primi posti sono tenuti dai Paesi del Nord Europa (primo posto Norvegia che,
guarda caso, non fa parte dell'UE dopo che i cittadini con referendum avevano
rifiutato l'adesione).
Ma esistono anche esempi positivi a
cui guardare.
Un piccolo ma essenziale correttivo
alla "postdemocrazia" (usiamo una volta tanto questo termine
ipocrita) sarebbero i referendum popolari. In questo settore è indubbiamente
incontestato il primato della Svizzera: nessun governo può imporre una legge
sapendo che non ha il sostegno popolare poiché subito dopo l'imposizione un
referendum la cancellerebbe.
Ed infatti ogni tentativo di proporre
l'adesione della Svizzera all’oligarchia di Bruxelles (alias Unione Europea) è
sempre miseramente fallito. E i referendum svizzeri scongiurano addirittura le
possibili tendenze non volute dai cittadini: il referendum per la garanzia del
mantenimento del contante ha dimostrato che i cittadini svizzeri hanno
vietato l'imposizione di una moneta soltanto digitale: il 9 marzo 2026 ,
notizia poco menzionata dalla stampa europea nell'UE, il referendum per
l'inserimento nella Costituzione Svizzera del diritto all'uso del contante ha
ricevuto il 73% dei voti.
E dunque almeno una piccola regione
montuosa nel cuore dell' Europa avrebbe maggior ragione di definirsi un
"giardino democratico" circondato da "giungla autoritaria"
, il paragone falso e razzista che aveva usato un alto funzionario dell'UE,
Joseph Borrell per lodare l'UE che secondo lui sarebbe il giardino democratico
ed il resto del mondo la giungla. (2)
Nomen
est omen, e sarebbe facile giocare sul nome di questo personaggio
sostituendo una "r" con una "d" per descrivere a nostra
volta che cosa è divenuta la gestione dell'UE. Un’Unione originariamente a fini
di cooperazione economica e sociale per scongiurare i conflitti del secolo
scorso si è trasformata irrimediabilmente in un’oligarchia che si regge su uno
statuto imposto senza ulteriori referendum dopo che i primi tre Paesi chiamati
a votare (Portogallo, Francia e Irlanda) avevano rifiutato il mostruoso piano
di annullamento delle sovranità statali dei Paesi aderenti per concentrarli
appunto nel bor...lo di Bruxelles).
Un’ oligarchia al servizio di
potentati finanziari e industriali poiché non controllata realmente dagli
elettori: si vota infatti un Parlamento Europeo che è una finzione poiché
privato del potere di proporre leggi e chiamato unicamente a ratificare le
decisioni di una Commissione che nessuno elegge ma è designata dai governi dei Paesi aderenti all’Unione.
Dunque anche già formalmente mancano i requisiti di una vera democrazia.
Ed infatti contro l’evidente volontà di pace e benessere della
stragrande maggioranza dei cittadini europei, senza nemmeno consultare il
Parlamento (!) la decisione di creare
una mostruosa armata per la guerra contro la Russia è stata presa direttamente
ed in modo assolutamente antidemocratico dalla Commissaria UE che ha sottratto
800 miliardi di euro da spese sociali per dirottarli alle industrie
belliche.
----------------------
(1) Le
Postmoderne expliqué aux enfants, Correspondance 1982-85 (1988)
(2) „Europe is a garden. We have built a garden.
Everything works. [...] The rest of the world [...] is not exactly a garden.
Most of the rest of the world is a jungle, and the jungle could invade the
garden.“
(https://www.youtube.com/watch?v=cmNALPfGq-A) 13. 10. 2022
Keine Kommentare:
Kommentar veröffentlichen