Samstag, 3. September 2016

Pigrizia mentale e cieca follia degli euristi e dei visionari degli “Stati Uniti d’Europa”- Germania docet.

(rielaborato 11.9.2016)


La follia di chi invoca gli “Stati Uniti d’Europa” è conseguenza di cecità totale di fronte all’evidenza e di pigrizia mentale nel rifiuto di studiare le cause della crisi che, a prescindere dal fatto contingente che l’ha innescata (subprime, Lehmann & Brother) erano costitutive dell’idea di una moneta unica europea.  
Senza compensazioni e transfer fiscali nessuno Stato può gestire una moneta valida per l’intero territorio. Premessa la complicità dei pochi che sapevano e concessa l’ingenuità dei tanti che si illudevano credendo all’inganno, la paternità vera dell’euro va riconosciuta indubbiamente alla Germania, che aveva appena compiuto sul proprio territorio il medesimo esperimento con risultati pressoché identici a quelli che si constatano oggi nei Paesi mediterranei “eurizzati”. Al momento dell’introduzione dell’euro per il primo gruppo di Paesi europei, nel 2002, era trascorsa appena una decina d’anni dalla colonizzazione della ex Germania comunista, la cui industria in quasi tutti i settori irrimediabilmente non competitiva (ma non senza eccezioni: v. ad es. le officine Zeiss), era stata liquidata con l’unificazione monetaria e con cambio alla pari fra marco occidentale e marco orientale. La disoccupazione ed il progressivo spopolamento hanno ridotto colà intere province a deserti ex-industriali, nel migliore dei casi i lavoratori sono irreggimentati nelle gabbie salariali che ancor oggi sussistono.
Gli sforzi per lo sviluppo delle aree orientali non mancano, ma il cammino è lungo e reso appunto difficoltoso dall’unificazione monetaria avvenuta unicamente per ragioni politiche ed in violazione delle più elementari ragioni economiche.
Tutto si può dire dei politici tedeschi meno una cosa: che non sapessero: la condizione basilare ed irrinunciabile per un’unificazione monetaria in aree economiche non omogenee  la Germania Federale la trova scritta nella propria Costituzione agli articoli  106  e 107, che impongono una ripartizione del gettito fiscale  fra le regioni, finalizzata  a garantire „l'uniformità delle condizioni di vita nello Stato Federale” evitando di “sovraccaricare il contribuente”  ed esplicita che attraverso apposite leggi le “diverse capacità fiscali delle regioni devono essere compensate in modo adeguato [1].
Concretamente dei 16 “Länder” federali sono ben 13 a ricevere e solo tre a pagare per tutti, cioè quelli industrialmente più avanzati (Baden-Württemberg, Baviera, Assia), che regolarmente mugugnano e ogni anno minacciano ricorsi alla corte Federale per contrattare riduzioni dei transfer finanziari ma finiscono poi sempre per pagare.[2]   
Nell’ indebitamento pubblico pro capite le differenze fra i  Länder tedeschi sono enormi: si va dai 1.613 € della Sassonia (ex-DDR) agli 11.331 € della Renania-Palatinato fino ai 32.000 €  della città Stato di Brema. La media nazionale è 9.294 € [3]   
Dunque i padrini dell’euro, cioè i governanti tedeschi, sapevano benissimo - avendone l’obbligo costituzionale in casa propria - che per funzionare l’euro avrebbe dovuto prevedere l’identico meccanismo e che senza di esso era impossibile “garantire l'uniformità delle condizioni di vita” dei cittadini dei vari Paesi d’Europa: evidentemente questo dettaglio non interessava loro minimamente o era esattamente quello che volevano evitare.
Mentre vantavano i benefici dell’euro che stavano imponendo secondo le proprie regole (60 % deficit statale e 3% annuale indebitamento massimo, regole che per primi poi violarono) sapevano dunque benissimo che mancava la condizione di base e che senza di essa le conseguenze sarebbero appunto state quelle attuali: la Germania coi tassi negativi addirittura guadagna indebitandosi (!) ma a spese degli altri Paesi ai quali ha imposto vincoli di spesa tramite la servile Commissione Europea. Che i governanti tedeschi facciano i propri interessi è comprensibile.
Ed è comprensibile che i politici tedeschi siano legati all’euro a corda doppia poiché ciò consente loro di fare col resto d’Europa quanto appunto sperimentato con la ex- RFT, che è servita da spauracchio alle Organizzazioni sindacali per far accettare anche nella zona occidentale la cura radicale ed il taglio dei diritti dei lavoratori operato con le riforme dell’ex-Cancelliere socialdemocratico Schröder. 
Le industrie tedesche si sono dunque collocate in posizione competitiva rispetto al resto d’Europa, ed almeno nel breve e medio periodo possono difendere il loro vantaggio senza necessità di grandi investimenti ed innovazioni, visto che hanno messo gli altri Paesi nell’impossibilità di investire per rilanciare le proprie economie. Però anche la locomotiva tedesca comincia a perdere colpi. Ne è prova lampante anche se da pochi compresa, la grande truffa escogitata dalla Volkswagen in combutta con la Bosch per battere slealmente la concorrenza sul mercato dell’auto: invece di innovare era più economico truffare. Analogamente si veda il caso della Deutsche Bank: i continui processi e soprattutto gli accordi per evitare le pesanti multe dimostrano che sia nel settore industriale che in quello finanziario la competitività facilmente ottenuta risparmiando sul “capitale variabile”, cioè a spese degli impiegati e degli operai non basta più a livello internazionale. Alcuni settori (es. fotovoltaico) sono stati già travolti dalla concorrenza cinese.
Per qualche tempo la Germania può continuare anche senza possedere una strategia di investimenti innovativi semplicemente gestendo la posizione di rendita ottenuta come sopra specificato.
Ma è difficile immaginare che possa continuare a lungo con la politica interna del bilancio a pareggio, che è il cavallo di battaglia dei Wolfgang Schäuble: sarebbe un ottimo amministratore di condominio e se continua ad essere ministro delle finanze è unicamente grazie a due circostanze: la possibilità di scaricare sul resto d’Europa il peso della mancata crescita economica e di risparmiare sia sugli investimenti che sulla modernizzazione delle infrastrutture, trascurando manutenzione di strade,  ponti e di cospicua parte delle linee ferroviarie ed in altri settori al servizio dei cittadini.
Chi volesse avere la controprova lampante dell’impossibilità di funzionamento dell’euro “per generare benessere e crescita economica” deve unicamente guardare alla Germania, senza lasciarsi irretire dalle facili ed interessate ma false interpretazioni delle valanghe di voti finiti al nuovo partito AfD (Alternative für Deutschland), che è indubbiamente un partito fascistoide e  razzista, ma che raccoglie il voto di protesta che la sinistra di governo (i socialdemocratici SPD) non ha saputo gestire allineandosi con pochi “distinguo” verbali ma nessuna opposizione sostanziale al credo neoliberista.    
La falsa polemica giocata sulla pelle dei rifugiati è un’ulteriore prova della insipienza dei commentatori: stranamente i più feroci oppositori dell’immigrazione si trovano nelle regioni dell’ex RDT dove gli immigrati o non ci sono o rappresentano una cifra irrisoria: ma dove appunto il malessere antigovernativo di coloro che sono i veri perdenti della riunificazione tedesca  si sfoga sul capro espiatorio gentilmente offerto dalle destre.
Sono fatti sotto gli occhi di tutti, buon senso e un minimo di attenzione e osservazione della realtà anche quando appare scomoda e mette in dubbio le credenze diffuse sarebbe sufficiente per capire invece di rifugiarsi nell ecomode illusioni.  
Ciò che stupisce in questo contesto è la dabbenaggine dei “sinistrorsi sinistrati e creduloni” che continuano a credere alla favola degli Stati Uniti d’Europa quando la cancelliera Merkel predica sacrifici e austerità per un illusorio “salvataggio dell’euro quale condizione per  salvare l’Unione europea”.
Non si rendono nemmeno conto costoro che la cancelliera parla quale marionetta dell’apparato industriale-finanziario neoliberista , in cui l’industria militare gioca un ruolo fondamentale (il vice cancelliere socialdemocratico Gabriel da vero e proprio commesso viaggiatore degli armamenti è riuscito a raddoppiare le esportazioni d’armi nel 2015).
Nessuna meraviglia quindi che il governo tedesco sia la punta di diamante per imporre al resto dell’UE le sanzioni antirusse e che appoggi incondizionatamente le provocazioni NATO: la conseguente corsa agli armamenti serve a compensare le forti perdite nelle esportazioni in Russia per effetto delle sanzioni ed agisce da catalizzatore per la riconversione industriale tedesca dal settore civile a quello militare: un dettaglio che dovrebbe preoccupare le sinistre, ma sembra passare del tutto inosservato.   
La fede nell’UE come garanzia di superamento della crisi economica comporta naturalmente l’accettazione del dogma della riduzione del debito sovrano, secondo la filosofia appunto del buon amministratore di condominio. Al riguardo non ci si deve stancare di ricordare come il debito sovrano sia intanto divenuto tale in gran parte scaricando sullo Stato i debiti privati col “salvataggio delle banche” e che comunque nell’ottica della crescita economica non può essere un criterio utile ad identificare le strategie di sviluppo. L’entità del debito, sia totale che pro capite, di per sé non dice nulla, anzi uno Stato poco indebitato di regola è uno stato poco sviluppato economicamente: non necessitano profonde conoscenze teoriche per capire che sono gli investimenti a mettere in movimento l’economia  ed essi sono possibili unicamente tramite preventivo indebitamento. Le banche a loro volta, contrariamente all’ingenuo credo popolare (tuttavia insegnato ancora a livello universitario) non prestano capitali sulla base dei depositi dei risparmiatori ma semplicemente creano moneta … dal nulla.
Dunque ciò che è decisivo per il funzionamento positivo di qualunque economia non è il rapporto semplicistico fra reddito e debito, ma la natura del debito. Nel medio e lungo periodo un alto debito sovrano in crescita o senza possibilità di una sua diminuzione è sintomo di un’economia in involuzione (de-industrializzazione, deflazione). Nel breve periodo un alto indebitamento può invece significare un forte investimento che genera negli anni seguenti un reddito sufficiente a restituire i debiti (che in termini monetari significa “distruggere” la moneta creata dal nulla al momento della concessione del prestito).
Attualmente la BCE continua unicamente a produrre fiat money senza alcuna ricaduta sull’economia reale, cioè non genera investimenti, serve unicamente a gonfiare le bolle speculative della finanza.   

Chi volesse verificare la mancanza di correlazione fra reddito pro capite ed indebitamento misurato in percentuale del PIL può consultare le seguenti tabelle        dell’anno 2015 l’indebitamento in percentuale del PIL [4]  ed il reddito pro capite nei singoli Paesi dell’ UE è stato il seguente: 

Paesi
eurozona
Indebitamento
in  % PIL
Reddito pro
 capite in euro
Grecia
176,9
16.200
Italia
132
26.900
Portogallo
128
17.300
Spagna
103
23.300
Francia
96
32.800
Austria
86,22
39.400
Slovenia
83,21
18.700
Germania
71,2
37.100
Olanda
65,09
40.000
Slovacchia
52,91
14.400


Paesi con monete sovrane
Indebitamento
in % PIL
Reddito
 pro capite
Gran Bretagna
88,20
39.600
Polonia
50,3
11.100
Rep. Ceca
44,45
15.800
Svezia
44,21
45.400
Romania
37,76
  8.100

È evidente che ciò che conta per lo sviluppo non è il livello di indebitamento ma la qualità del debito, cioè se si tratta di debiti da investimenti produttivi o di indebitamento improduttivo (= sprechi) o addirittura sostanzialmente finalizzato a… pagare gli interessi sui debiti.
Per uscire dalla spirale dell’indebitamento crescente ed improduttivo non basta dunque limitare semplicemente l’indebitamento riducendo gli investimenti (che sarebbe un po’ come il contadino folle che compra meno sementi o ara meno campi per risparmiare carburante: sembra una follia, anzi lo è chiaramente, ma è esattamente ciò che ha imposto la Troika ai Paesi sinistrati dall’euro)  ma occorre invece aumentarli anche a costo di una crescita immediata e nel breve o anche medio periodo del debito complessivo.
La Troika ha imposto al resto d’Europa la ricetta tedesca del risparmio che in Germania - per ora - funziona ancora, anche se continuando  nella loro politica neoliberista ad allargare la forbice dei redditi ed aumentando le disuguaglianze i partiti al governo rischiano di trovarsi spodestati dalle destre fascistoidi.
I meccanismi di transfer fiscali fra i Länder agiscono infatti soprattutto in modo orizzontale, cioè non colmano le differenze fra i ceti più o meno abbienti.
Per il prossimo futuro finché riesce ad imporre l’euro al resto d’Europa la Germania può continuare su questa strada, molto comoda poiché dal momento che  le obbligazioni statali tedesche hanno interessi negativi, Schäuble guadagna anche facendo debiti (ma da buon amministratore di condominio nonne approfitta).
Il sistema dell’euro tuttavia è minato nelle sue fondamenta anche da parte della BCE, e anche Draghi non può far altro che continuare col metodo delle piramidi o come si dice negli USA, col metodo “Ponzi”: essendo a vantaggio di un Paese a spese degli altri, in un’unione monetaria tale strategia non può durare all’infinito, il crollo è insito nel suo stesso meccanismo.   


[1] § 106 Costituzione, comma 3.2. : “Die Deckungsbedürfnisse des Bundes und der Länder sind so aufeinander abzustimmen, daß ein billiger Ausgleich erzielt, eine Überbelastung der Steuerpflichtigen vermieden und die Einheitlichkeit der Lebensverhältnisse im Bundesgebiet gewahrt wird.
§ 107 comma 2: Durch das Gesetz ist sicherzustellen, daß die unterschiedliche Finanzkraft der Länder angemessen ausgeglichen wird; 
 

[3]http://de.statista.com/statistik/daten/studie/629/umfrage/oeffentliche-pro-kopf-verschuldung-nach-bundeslaendern/
[4]http://www.haushaltssteuerung.de/staatsverschuldung-europa-ranking.html#staatsschulden-bip

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